Come una mattina d’inverno, la luce che filtra timida dalle tende, i piedi si sfiorano e le labbra si cercano lente come in un down post LSD.

Bonny Doon – Bonny Doon. Un piacevolissimo album di alt-pop indolente e scazzato. Volume medio, voi comodi stravaccati senza fastidiose costrizioni fisiche tipo scarpe o robe del genere, basta entrare nel loro mood e vi piaceranno un sacco.

Gill Landry – Love ride a dark horse. Voce profonda belle canzoni in perfetto Americana style. Niente di nuovo ma un rifugio sicuro.

Mipso – Coming down the mountain. Sempre in orbita Roots Americana un giovane quartetto che snocciola fantastiche ballate e merita tutta la fortuna che sta avendo negli US. Li Amo!

Converge – The Dusk in us. Rabbia, disperazione nera, violenza abrasiva. Un disco di una intensità quasi inavvicinabile.

Julien Baker – Turn out the light. Ascoltai il suo precedente album (Sprained Ankle nda) appena uscì e fu subito amore. Da allora, meno di due anni fa, Julien Baker è diventata relativamente famosa, il suo primo album ristampato. Lei fortunatamente non è diventata più felice e con questo secondo continua ad allietarci la vita con i suoi struggimenti e le sue melodie malinconiche.

Lee Ann Womack – The lonely, the lonesome & the gone. Un incrocio tra country, gospel e blues. A suo modo notturno con una voce che ti avvolge e piena di fascino.

Peter Broderick – All together again. Artista neoclassico capace di comporre musica ascoltabile anche per chi desidera del pop leggero ma di classe.

Josh Ritter – Gathering. Caldo, avvolgente e malinconico. Sussurri folk per cuori spezzati.

The Shelter People – The Shelter People ep. Viaggiano su una astronave al di fuori del tempo e dello spazio. Un gruppo di hippy che tira fuori una psichedelia vintage del futuro.

Blushes – Private viewing. Li ho conosciuti grazie al nostro Saturday 3 by M.D (grazie Ludo). Sono un misto strano. Non hanno nulla a che fare con gli The XX ma per qualche motivo nell’uso della doppia voce e nei suoni sospesi me li ricordano. Dentro questa manciata di canzoni troverete un po' di tutto ma anche qualcosa di nuovo.

Langhorne Slim – Lost at Last vol.1. LS mi è sempre piaciuto. Ha una buona capacità di scrivere canzoni, avere un attimo appeal, essere sgangherato quanto basta per piacermi. Non il suo meglio ma vale sempre la pena e può essere un’ottima occasione per scoprirlo.

F Ingers – Awkwardly Blissing Out. Qui siamo al cospetto del gruppo di Carla Dal Forno donna di gran classe musicalmente parlando. Abbiamo a che fare con pezzi che looppano all’infinito, Carla che più che “cantare” sussurra, ripete nenie emette suoni che si perdono nella galassia. Il risultato assomiglia alla profondità del cielo stellato.

The Undergroud Youth – Fuzz Club Session. Gran band di psichedelia urbana distorta e piena di riverberi. Come perdersi in spire di velluto (Velvet Underground?!).

Peter and the bluebonnet Rattlesnakes – Don’t go baby it’s gonna be weird without you. Si torna ai vasti cieli americani a canzoni cantata sotto il portico in una serata calda.

Larry Campbell & Teresa Williams – Contraband Love. Caminetto acceso con un contesto famigliarnatalizio.

Rocky Wood – Ok, no wait. Hanno suonato qui da noi qualche anno fa. Gruppo in parte svizzero ed in parte americano. Una voce particolare con un fascino incredibile che trova casa in suoni morbidi e ondeggianti. Non sempre le canzoni sono all’altezza di Blind Hawaii ma sempre piacevoli.

Spirit Fest – Spirit Fest. Musica delicata, melodie sussurrate a due voci avvolte in suoni analogici. Un disco da ascoltare in un pomeriggio domenicale d’invero leggendo un buon libro.

Jaye Bartell – In the time of trouble a wild exultation. Jaye scrive belle canzoni pop scarne ed intimiste. Le canta con una voce calda e una attitudine scazzata che aggiunge quell’ingrediente indie folk. Le canzoni sembrano uscite dal primo disco di Angel Olsen che compare qui e là come seconda voce.

Darkthrone – Arctic Thunder. Il disco non è appena uscito ma me lo ero colpevolmente perso. Loro sono per qualità nel tempo tra il meglio assoluto del Black Metal.

Jesus on Heroine – Ardhanarishvara. Ammetto che adoro il nome che si sono scelti ed il pezzo che chiude l’album porta un titolo illuminante:”Drugs Definitely Work”. Ma a parte tutto ciò è un piacere ascoltarli e perdersi tra le molteplici spire del loro suono.

Protomartyr – Relatives Descent. Non un disco facile di quelli da metter su mentre fate altro tipo mettervi lo smalto alle unghie dei piedi. Forse neppure adatto ad ascoltarlo in una situazione easy con amici a meno che non vi vada di deprimerli tutti. Perché alla fine i Protomartyr esprimono frustrazione e lo fanno davvero bene.

Darto – Human giving. Suoni analogici per ballate indie sgangherate.

Whiskey Shivers – Some Part of Something. Già dal nome, essendo un amante della bevanda, non possono che piacermi. Grezzi, rurali e ignoranti.

Wild Ponies – Galax. Qui siamo nell’orbita del country bluegrass. Un disco semplice, festoso e popolare.

Bell witch – Mirror Reaper. Terminiamo con la proposta più ostica. Un’unica traccia, un lungo e lento lamento di 83 minuti e 15 secondi. Se pensate di poter resistere ha un fascino assoluto.

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